lunedì 31 dicembre 2012

CEDRO

Cedro (Citrus medica) e Cedro Mano di Buddha (Citrus medica var. digitata)
di Claudia Maggi

Il Cedro (Citrus medica) della famiglia delle Rutaceae, è originario dell'Asia, ma ha raggiunto l'Europa ancora prima di Cristo.
Plinio il Vecchio lo descrive nella sua  Naturalis Historia chiamandolo Mela Assira.
All'epoca non era considerato commestibile, si usava il suo aroma per allontanare le zanzare ed altri insetti nocivi.
Il clima del Sud Italia, in particolare della Calabria, è il più favorevole alla coltivazione dei cedri.
Oltre al bacino del Mediterraneo, viene attualmente coltivato in medio Oriente, Indonesia, India, Brasile, Stati Uniti ed Australia.
Il terreno più adatto è sciolto, ben drenato per evitare i marciumi radicali, subacido o neutro. Necessita di annaffiature regolari ma non eccessive, soprattutto da marzo a novembre e di concimazioni con letame maturo in autunno o fine inverno.
La pianta è un arbusto o un albero di dimensioni modeste, che raggiunge i 4 metri.
I rami sono descritti come spinosi, ma il mio piccolissimo alberello ha solo una spina, di nemmeno un cm di lunghezza.


Le foglie sono ovali-oblunghe a margine dentato, direi coriacee, e più grandi e larghe di quelle dei limoni. Da giovani sono più rossicce, poi diventano verde scuro. Esiste anche a foglie variegate.
I fiori sono profumati, grandi, e in boccio sono rosso-violacei, aperti sono bianchi all'interno e lilla all'esterno, sono più scuri nelle varietà dolci, più chiari in quelle acide. Possono essere ermafroditi o solo maschili.
Non trovo nemmeno una foto della mia piantina in fiore! La fioritura dovrebbe essere continua, ma mentre il limone che avevo acquistato l'anno scorso ha prodotto un'infinità di fiori, del Cedro ho visto solo i fiori che aveva al momento dell'acquisto.
Per ottimizzare la coltivazione a livello industriale e facilitare la raccolta si dà alla pianta la forma a globo a chioma piena, con le branche inserite sul fusto a 40-50 cm da terra. In questo modo la pianta resta anche meno soggetta ai venti e la chioma ombreggia il terreno. La potatura tende ad eliminare i rami incrociati, secchi, malati e i succhioni.


Il frutto del cedro comune è una bacca (esperidio) ovale. I cedri possono essere molto grandi, fino a 30 cm di lunghezza e 4 kg di peso. Il gusto secondo le varietà è acido o dolce. La buccia può essere liscia o rugosa, molto spessa. La polpa è suddivisa in spicchi che contengono numerosi semi.


Nel Cedro Mano di Buddha (sarcodactylis o digitata) ogni spicchio ha la sua buccia e la polpa è quasi inesistente. Questa formazione si può verificare seppur più raramente anche in altri agrumi. 
Prima dell'acquisto sapevo che questo fenomeno è dovuto a un'infezione virale, cercando altre notizie ho trovato invece che si tratta di una mutazione genetica selezionata. Ho dedotto che la mutazione sia avvenuta a causa di questo virus e poi il carattere sia stato selezionato e riprodotto.
Il venditore pur gentilissimo non ha esaudito questo mio desiderio di saperne di più ma mi ha assicurato che i frutti sono commestibili.
Nel limone digitato e in altri agrumi, anche nel cedro, la forma è dovuta all'intervento dell' Acaro delle meraviglie, Eriophyes sheldoni, http://it.wikipedia.org/wiki/Eriophyes_sheldoni 

Altri possibili parassiti sono la cocciniglia cotonosa, l'oziorrinco e tignola della zagara.
Si coltiva prevalentemente per la buccia così che il Mano di Budda, totalmente privo di polpa, è la varietà preferita per un ottimale sfruttamento del prodotto.


Come alimento si abbina a piatti dolci o salati. L'uso principale in questo caso è la preparazione di canditi, di sciroppi e bibite ma si può mangiare anche tal quale, crudo o affettato sottilmente, su piatti di pesce o nelle insalate; con la polpa, nelle varietà che la contengono, si possono preparare succhi e ottime marmellate.
L'industria utilizza l'olio essenziale come aromatizzante o nei farmaci, come profumo per l'ambiente e gli armadi e come repellente per insetti e tarme.
Da non trascurare l'aspetto curioso dei frutti e la fioritura profumata e prolungata, che lo rende gradito come pianta decorativa.


Tornando all'uso alimentare, il cedro, soprattutto il Mano di Buddha la cui forma è così particolare, si può candire anche intero.
Per farlo va lavato, bucherellato, bollito brevemente con acqua salata e poi ripetutamente bollito e lasciato raffreddare in acqua e zucchero, affinché lo sciroppo possa via via sottrarre l'umidità del frutto e lo zucchero possa penetrare all'interno.
Il procedimento per ottenere le fettine candite è lo stesso, solo velocizzato grazie allo spessore ridotto.
E' uno degli agrumi meno resistenti alle basse temperature.
L'ho scelto per questo, così finché non sarà troppo grande lo potrò ricoverare in casa in un locale non riscaldato, dove la temperatura varia tra i 13 e i 15°  con buone probabilità di salvarlo, visto che le temperature ottimali non dovrebbero scendere sotto i 12° anche se le piante possono tollerare temperature minori.
Altra possibilità di ricovero per me sarebbe un locale di deposito dove la temperatura arriva quasi allo zero, dove sverna tranquillamente il mio limone da seme, più resistente o in un locale a circa 7° ma buio, dove l'anno scorso non ha resistito il limone Meyeri.
Se durante l'inverno perdesse le foglie non è detto che la pianta sia compromessa, rivegeterà in primavera.
Le mie foglie per ora sono leggermente ingiallite ma resistono sulla pianta. Nei climi non ottimali ma neanche totalmente negativi può essere coltivato all'esterno e sopportare leggere gelate se protetto dal vento da muri o siepi.
Il cedro si può riprodurre tramite talea o innesto su arancio amaro di rami dai 2 ai 4 anni.

RICETTE
Il cedro candito si accompagna particolarmente bene alla ricotta, e diverse ricette tipiche utilizzano entrambi gli ingredienti. Ecco una versione moderna, un budino di ricotta al microonde.

BUDINO DI RICOTTA

400 gr. di ricotta romana
1 bicchiere di latte
3 cucchiai di semolino
3 cucchiai di zucchero
2 uova
1 cucchiaio di scorzetta d'arancia e cedro canditi
2 cucchiai di uvetta sultanina
1 bicchierino di Rhum
1 bustina di vanillina

Far bollire il latte, aggiungere il semolino, mescolare e lasciar cuocere per 2 minuti. Togliere dal fuoco e farlo freddare, stendendolo su un piatto. Nel frattempo impastare la ricotta con lo zucchero, un uovo e un rosso, lavorandola fino ad ottenere un impasto omogeneo. Aggiungere il semolino freddo, le uvette, le scorzette candite, il bicchierino di rhum e da ultimo la chiara montata a neve. Con un foglio di pellicola trasparente foderare uno stampo in vetro liscio a bordi alti di circa 20 cm.di diametro e versare il composto. Cuocere per 10 minuti a potenza elevata e per 10 minuti a potenza media. (controllare sempre e regolarsi!)
Servire freddo, capovolto e spolverato di zucchero vanigliato.

giovedì 27 dicembre 2012

QUINOA - LA RACCOLTA

Chenopodium quinoa - parte terza
di Claudia Maggi

Delle piantine di quinoa al loro stadio iniziale ne abbiamo già parlato in questo post:
http://amicidellortodue.blogspot.it/2012/09/quinoa.html

e della loro fioritura ho mostrato le immagini qui:

http://amicidellortodue.blogspot.it/2012/09/quinoa-in-fiore.html

Ora vi mostro la raccolta:



Sono 250 grammi di seme da una ventina di piante, tolto quello tenuto per semenza.
E’ stato un lavoro incredibile raccoglierla e togliere la “pula”, però alla fine è una bella soddisfazione.
Credo che la coltiverò ancora, magari senza lasciarla andare a seme.


sabato 22 dicembre 2012

STEVIA

Stevia rebaudiana 

di Angelo Passalacqua


Una piccola pianta dalla storia recente molto travagliata, almeno nei Paesi non originari, in America del Sud la conoscono da sempre e la consumano senza problemi.

http://it.wikipedia.org/wiki/Stevia_rebaudiana 


Accusata addirittura di essere cancerogena, boicottata, molti pensavano che si trattasse di una pianta "vietata", da non coltivare!

http://www.erbaviola.com/2012/03/20/stevia-linvasione-commerciale-e-la-legislazione-attuale.htm 

  
Lascio la descrizione a questo filmato di Grazia Cacciola alias "erbaviola":

http://www.youtube.com/watch?v=zHsk5pTbJ5Y 


Ho iniziato la coltivazione con tre talee ricevute dal solito amico generoso. Le piante sono in secchi da  venti litri, sufficienti alle esigenze delle piante e che consentono il ricovero in luogo riparato dal freddo. Come vedete dalle foto ho abbondantementre taleato a scopo riproduttivo. La stevia si riprende benissimo ed in fretta, ricacciando senza problemi. 

Il terriccio migliore è quello autoprodotto, compost molto gradito assieme ad irrigazione frequente, badando però a non eccedere ed agli eventuali ristagni!

I semi hanno la fama di scarsa e difficile germinabilità, per esperienza confermo solo a metà,  se tenuti al caldo e sempre ben idratati germogliano in buona percentuale. Il problema è però dovuto all'autosterilità della stevia e, sopratutto, alla fioritura in periodo poco adatto. Le mie piante hanno iniziato la fioritura a fine Novembre. Come tutte le "brevidiurne" vanno a fiore nei giorni con le notti più lunghe. Con l'assenza di insetti impollinatori saranno ben pochi i semini fertili ma, se qualcuno vuole provare, ne raccoglierò. 

giovedì 13 dicembre 2012

PICCOLE SOLUZIONI

per piccoli orti
di Roberta

Continuiamo a parlare di piccoli orti.
Di seguito descriverò alcune soluzioni che sto sperimentando per riuscire a tenere l'orto il più possibile in ordine, in quanto si tratta di un orto condiviso. Non vi aspettate nulla di eccezionale, molte soluzioni sono ovvie,  conosciute e scontate.
Spero, comunque, che risulti di interesse per qualcuno, soprattutto per chi, come me, non ha tanto tempo da dedicargli.

Premetto che il terreno sul quale coltivo, cinque/sei anni fa, era completamente pieno di calcinacci e immondizia varia, non vi cresceva niente. Il poco terreno visibile era molto povero e malandato.

Una curiosità, come per tante zone di Roma:
al di sotto del primo strato superficiale di terra si estende un imponente strato di tufo, depositatosi a seguito delle eruzioni vulcaniche provenienti dai Castelli Romani (Colli Albani). Al di sotto si aprono lunghissime grotte che sono state, ed alcune ancora continuano ad essere, utilizzate come fungaie

http://it.wikipedia.org/wiki/Vulcano_Laziale
http://www.torredelfiscale.it/index.php?option=com_content&view=article&id=55&Itemid=48

La prima logica soluzione è stata quella di rimuovere completamente la terra e creare delle vasche con legni recuperati. La terra è stata poi passata attraverso una rete e rimessa dentro alle vasche. Poi è stata aggiunta altra terra e sostanza organica. Questa ultima operazione continua ancora oggi, in quanto il terreno continua ad abbassarsi.

Durante lo scavo, ad un certo punto (attorno ai 30-40 cm) ho trovato lo strato di tufo sottostante (cappellaccio morbido da spezzare, ma in ogni caso compatto).

Per le piante officinali perenni ho adottato una posizione esterna alle vasche. Di sopra potete vedere il timo e un origano (che sa più di menta) e poi accanto è nata spontaneamente la mentuccia che sta prendendo il sopravvento.

Di sotto la salvia e la lavanda, che ho in parte trapiantato altrove dopo aver fatto la foto, perché non trovava giusto sfogo. Sono state tutte e due il risultato di talee che hanno attecchito in questo piccolo spazio, usato, più che altro, come vaso.
Il confine è stabilito dal legno della vasca e da alcune mattonelle di recupero, conficcate a terra, meglio visibili alla base della foto sottostante.

Le prime due vasche hanno dimensione 120 cm x 200 cm. Lo spazio tra l'una e l'altra è di 40 cm.
Se c'è la possibilità, consiglio di ridurre la profondità arrivando a 100 o 110 cm (considerare la lunghezza del braccio per la lavorazione e la raccolta) e di aumentare lo spazio tra le vasche, superando i 50 cm. La lunghezza è indifferente, ma bisogna fare i conti con gli spazi a disposizione.
È inutile dire che non zappo più e che scavo solo una piccola buca per trapiantare le giovani piante.

Di erba, durante l'inverno, ne nasce tanta, soprattutto gramigna. Non mi piace usarla come pacciamatura nè, tantomeno, metterla nel compost... ricaccia sempre.
Tutta l'erba che sdradico la distribuisco attorno al piccolo albero di arancio, in modo che formi una ciambella, evitando di soffocare il tronco.

Devo dire che il risultato è elegante e, oltre a dare un tocco di movimento, garantisce alla pianta una buona protezione per l'estate (l'erba fresca mantiene umido il terreno) e dona nutrimento alla terra.

Questa è una compostiera realizzata con bancali di legno (pallet) recuperati in giro. Consiglio di realizzarne due, ma più piccole, in modo da usarle alternativamente ogni 6 mesi.

Devo dire che una sola compostiera è molto scomoda. Non si riesce mai a recuperare il compost maturo da sotto, perché si continua a buttare materia organica sopra.

Nel caso in cui si avesse una sola compostiera, consiglio di usarla solo durante l'estate mentre, durante l'inverno, conviene utilizzare una o più buche, scavate a terra, dove buttare la materia organica.
In questo modo otteniamo due scopi:
  • il primo è quello di aver realizzato dei perfetti zaï
  • il secondo è quello di aver fatto maturare bene il compost per utilizzarlo nell'orto estivo.
Ho trovato utile realizzare un orticello perenne, piantando cicorie e erbe spontanee varie.
Questa è una piccola vasca ricavata sotto un albero di limone, realizzata delimitando lo spazio con tronchi di legno e sassi cavati dalla terra (quella passata attraverso la griglia per ripulirla dai calcinacci).

Nella foto  potete vedere i radicchi ancora verdi, la rughetta e le puntarelle (in fondo).
Quando trovo del tarassaco o altre erbe commestibili, nate in spazi di passaggio, le sdradico e le trapianto in questa vasca, in modo da creare un piccolo spazio selvatico, perenne e pieno di bio-diversità.


Nella foto sopra: l'angolo con l'erba cipollina e la valerianella cresciuta spontaneamente da seme caduto a terra. Le erbe spontanee commestibili le lascio sviluppare liberamente, soprattutto tra gli interstizi dei sassi e, se non disturbano troppo, le mando a seme, altrimenti le raccolgo per cucinarle.

Da qualche anno sto trovando utile recuperare le buste di plastica (in particolare quelle trasparenti, del supermercato o che si usano per il confezionamento dei surgelati in casa).
Si piegano mantenendo l'altezza della busta, si tagliano per una larghezza superiore al centimetro e se ne ricavano tanti laccetti a forma circolare che si uniscono tra loro, fino a raggiungere la lunghezza voluta.
Poi si procede prendendo tre di questi laccetti che devono essere uniti ad una estremità e si lavorano a treccia.
Otterrete tante morbide, ma resistenti, corde, che potranno essere usate per legare le piante ai tutori o addirittura per fissare le canne tra di loro, come potete vedere nella foto sottostante.


Ci sono buone possibilità che dopo un anno saranno inutilizzabili, ma almeno avrete prolungato la loro vita in modo utile.

domenica 9 dicembre 2012

MELONE DI MORCIANO

Melone di Morciano di Leuca 

Cucumis melo L.

di Angelo Passalacqua


Un piccolo melone dato per estinto, il melone invernale di Morciano di Leuca, piccolo paese salentino a pochi passi da Santa Maria, una rarità di cui pochi potrebbero lamentare la scomparsa, in pratica è sconosciuto...

 
Non è stato facile trovare i semi, per fortuna qualcuno coltiva ancora adesso rarità come questa, in piccoli orti crescono grazie ad appassionati ortolani con varietà familiari ereditate dai nonni...

Io l'ho coltivato a secco, come tutti i meloni vernini, le piante si sono dimostrate resistenti e non ho avuto problemi di malattie.

  
A destra i due piccoli meloni di Morciano, nella stessa posizione di crescita che avevano in campo, a sinistra un'altro melone armeno di cui parleremo dopo... I frutti maturi hanno un colore arancione scuro con macchie verde scuro, la forma è sferica, irregolare, senza costolature e senza rezzatura della scorza.


La polpa è di color bianco, in proporzione al frutto la cavità coi semi occupa poco spazio, la pezzatura varia dal chilo al chilo e mezzo (per le mie piante), il sapore è ottimo. Il motivo della scomparsa dagli orti del Morciano è dovuto alla scarsa produttività, una pianta dà uno o due meloni in tutto e serve a poco concimare ed innaffiare, la pezzatura si incrementa pochissimo a scapito di sapore e, sopratutto, serbevolezza.



 

domenica 2 dicembre 2012

ERBA DI SAN PIETRO

Tanacetum balsamita L.

di Angelo Passalacqua

Un lungo salto nel passato, alle origini del nostro blog, la nostra Amica Equipaje ci parlò della Balsamita glocale:

http://filidipaglia.blogspot.it/2008/03/la-balsamita-glocale_13.html

Grazie ad una piantina donatami dal mio amico e compaesano Peppino P. (provenienza Marche)  la coltivo anche io con soddisfazione.

 
 Ora è un cespuglietto di piantine che si sta allargando grazie alle radici stolonifere


L'ombra del soprastante albero è molto gradita dalla balsamita, scansare le ore torride del solleone giova moltissimo La coltivazione è, come vedete, abbastanza selvatica, pacciamatura di foglie secche e consociazione di acetosella, nel vasetto in alto una talea di cappero in attesa di interramento...


Le piccole foglie apicali che presto mostreranno i caratteristici fiori:


I semi si sono rivelati sterili, confermando le notizie di cui ero a conoscenza, poco male visto che la balsamita si propaga con facilità dalle radici.

E confermo anche la bontà gustativa...

http://www.youtube.com/watch?v=zA1cDeqDZ-g