sabato 9 febbraio 2008

Calendula

La calendula officinalis
La calendola:un fiore allegro che ci scalda , si mangia e ci cura.

di Piero Bottiroli
 
La calendula cresce un po’ dappertutto al sole Basta dimenticare qualche fiore sulla pianta per poi conservarne i semi che son seccati.Ma a volte la pianta, medesima nei climi più temperati sopravvive ai rigori invernali e in primavera si riprende.


 

Nella mia esperienza qualche pianta è sopravvissuta al gelo solo quest’anno non m’era mai capitato in dodici anni e quindi la semino in vaso (ad aprile o maggio) trapiantandola poi quando la piantina ha già formato diverse foglie. Da me trova posto nell’orto in piccole aiuole a cumulo, ma soprattutto su terreni di riporto o su rive terrose.Ne ho messa anche un po’ dietro la mia baita, ben esposta a sud. Sicuramente non disdegna il buon composto ma non l’ho mai vista patire altrove.
Se si ha l’accortezza di staccare periodicamente i capolini fioriti, la calendula ha un lungo periodo di fioritura . Ancora nel tardo autunno,con un po’ di fortuna, se non addirittura negli inverni caldi se ne possono raccogliere, conservare e consumare i fiori.
Tuttavia se i fiori, si vogliono utilizzare per produrre preziose creme e pomate oppure il sapone…meglio approfittare dell’estate; oltre non vi sarà più calore e tempo sufficiente.
La pianta presenta fiori molto luminosi che vanno dal giallo all’arancio dorato. Tutta la parte esterna può essere utilizzata: gli steli, che contengono una linfa con proprietà curative; le foglioline che entrano nelle insalate; i boccioli che come quelli del tarassaco e di altri fiori si conservano sott’olio come i capperi; i petali che producono un colorante giallo e possono venir adoperati-come colorante in cucina, nei tessuti, in lavaggi calmanti per gli occhi.
I fiori, freschi o secchi, presentano un sapore leggermente piccante e hanno la fama, uniti a riso o pasta, di poter sostituire lo zafferano direi meglio, alla curcuma. Non aspettatevi lo stesso gusto ma il risultato è davvero piacevole. Sempre a scopo alimentare li uso in insalate fresche di campo, per allietare e guarniscono formaggi morbidi al pari di altri fiori. Vi sono ricette che ne fanno un ingrediente per burro o dolci.
I petali, per l’aroma e il colore vivace, si prestano anche ad essere incorporati alla pasta fresca, così come alla besciamella o alla maionese.
Insomma sono un dono prezioso non solo per la vista ma anche per chi ama la cucina di erbe e fiori.
A quanto pare il suo nome deriva dal latino: poichè i fiori durano all'incirca un mese di vita sulla pianta, il nome deriverebbe da "calendae",  col quale gli antichi romani definivano il primo giorno del mese.

Ma ecco di seguito almeno la preparazione della pomata alla calendula.
Sono necessari i fiori, che mano a mano si raccolgono e si mettono a bagno nell’olio d’oliva in un recipiente ermetico che si lascia al sole; e’ necessaria della cera d’api naturale grezza meglio in pani. Poi bisogna lasciar fare al tempo. Se la burnia è un po’ grande e ci mette del tempo a riempirsi non importa, non siamo maniacali. L’importante è che i capolini interi si siano riempiti d’olio e di sole, si siano scaldati diciamo almeno per un mese e mezzo (ma anche da luglio a settembre).
A questo punto si filtra il contenuto del barattolo attraverso tela naturale e si conserva a parte il liquido ottenuto.
In un pentolino messo su fuoco molto basso si fa sciogliere a bagnomaria della cera e poi vi si aggiunge il liquido di “olio alla calendula” mescolando lentamente con cucchiaio di legno.
La proporzione suggerita dalla mia compagna, Elena, è 400 ml. di liquido di calendula per 450 gr. di cera d’api.
Quando il tutto vi sembra ben amalgamato con consistenza di una pasta liquida lo versate a caldo in piccoli barattolini e chiudete. Non dubitate, dopo poco il tutto si addenserà e avrete una pomata alla calendola, davvero buona per la pelle e per le scottature.

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